
Curioso. Curioso come a volte una spietata domanda, seppur banale, ti constringa a sederti.
A sederti perchè ti tremano le gambe e non sai come rispondere. Non sai neanche perché rispondere.
La domanda, nel mio caso, è stata “ma perché hai sempre paura di quello che la gente pensa di quello che dici, perché chiedi sempre se sono rimaste ferite od offese le persone? Nel momento in cui tu sei sereno, non sarebbe eventualmente solo un problema loro?“.
Bella domanda.
Perchè io faccio ciò?
Se vi trovate anche voi in questa posizione, questo post è una possibile spiegazione. Possibile, non probabile.
Ci ho pensato, ho scritto una mail per rispondere, l’ho inviata a me stesso, me la sono letta e l’ho riassunta. E ne è venuto fuori quello che segue.
La cosa certa e sicura è che non lo faccio per paura del giudizio.
Conoscete il film The Butterfly Effect? Guardatelo, merita davvero. Andate oltre gli effetti speciali e coglietene il succo.
Qualche anno fa Ray Bradbury, l’autore del bellissimo Fahrenheit 451, coniò il termine Effetto Farfalla, nozione poi riesumata da Edward Lorenz in campo scientifico. Quanto una nostra azione influisce sul mondo? Quanto una nostra infinitesima azione (o non-azione) ha un impatto sul ciò che ci circonda?
Una farfalla che sbatte le ali a New York può provocare un uragano a Tokyo? Chiedetevelo. Vi pare impossibile? Remoto? Improbabile? E in base a cosa pensate sia impossibile?
Conoscete così bene le regole della meteorologia per dire che è impossibile o anche solo improbabile? Avete questa arroganza?
Una persona che ferisce un’altra, anche in maniera lieve, che tipo di “danni” può provocare? Pensate a lungo termine. Se la persona ferita è forte, si getterà l’offesa indietro e farà spallucce.
Ma se non lo è?
Se questa persona è debole, può, per assurdo, una semplice, banalissima e leggera mancanza di rispetto generare, nel lungo periodo, una depressione, una insoddisfazione o un suicidio?
Pensateci: voi lo/la mandate a fanculo gratuitamente e ve la trovate morto/a dopo 10 anni. Con una lettera in cui lui manda a fanculo chi non l’ha rispettato nella vita.
Pensate che sia impossibile che la vostra offesa lo abbia portato al suicidio? Vi sembra remoto o improbabile? E in base a cosa? Conoscete così bene le regole della vita per dire che è impossibile o anche solo improbabile che sia stata la vostra offesa a scatenare una serie di eventi negativi che lo hanno portato lì? Avete questa arroganza?
Quanto vi sentireste responsabili? Pensateci: provate ad immaginare una persona che avete ferito recentemente…morta, con il biglietto che fa il vostro nome in mano. Come vi sentite?
Rispondo io per voi: vi sentireste uno schifo, in colpa per la vita, probabilmente, se siete persone sensibili. Io personalmente mi ucciderei. Si, se fossi responsabile, anche marginalmente, di una cosa del genere, mi ucciderei. Se non altro per empatia verso il morto.
Trovate questo ragionamento eccessivo? Può essere. E allora annacquatelo, se non tollerate tanto l’alcool. Diluitelo un po’ e invece che pensare alla morte pensate ad una più banale persona infelice. Dai, chi non ne conosce? Chi non conosce qualche sfigato che da giovane è stato preso per il culo per anni per il suo naso grosso (ad esempio) e adesso non riesce ad accettare sè stesso e vaga da una storiaccia all’altra? O il ciccione delle medie che ora sbarca il lunario con lavoretti da quattro soldi? O la bruttina vittima di torture emotive che adesso è una zitella acida?
Se eravate tra quelli che ridevano, guardatevi allo specchio. Ci riuscite ancora?
Ecco perchè soppeso le parole, chiedo se hanno ferito, osservo la reazione a quello che ho detto (o che non ho detto) tendo a specificare e puntualizzare tutto.
Forse sbaglio perchè la comunicazione non sono solo le parole, e quindi il messaggio dovrebbe arrivare lo stesso. Ma non lo so, in realtà, cosa è arrivato e allora preferisco un sovraccarico di informazioni ad una carenza.
Non possiamo, sfortunatamente, evitare di far soffrire. E’ impossibile. Prima o poi ci cascheremo, volenti o nolenti. Però io voglio continuare a guardarmi allo specchio sereno e pensare che ho fatto il mio nel miglior modo possibile.
Vi lascio con una storia che mi è sempre piaciuta e che racconto spesso:
C’era una volta un ragazzo con un brutto carattere. Suo padre gli diede un sacchetto di chiodi e gli disse di piantarne uno nello steccato del giardino ogni volta che avesse perso la pazienza e litigato con qualcuno. Il primo giorno il ragazzo piantò 37 chiodi nello steccato.Nelle settimane seguenti, imparò a controllarsi e il numero di chiodi piantati nello steccato diminuì giorno per giorno: aveva scoperto che era più facile controllarsi che piantare i chiodi.Finalmente arrivò un giorno in cui il ragazzo non piantò alcun chiodo nello steccato. Allora andò dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse di levare un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non aveva perso la pazienza e litigato con qualcuno.I giorni passarono e finalmente il ragazzo poté dire al padre che aveva levato tutti i chiodi dallo steccato. Il padre portò il ragazzo davanti allo steccato e gli disse: “Figlio mio, ti sei comportato bene ma guarda quanti buchi ci sono nello steccato. Lo steccato non sarà mai più come prima.Quando litighi con qualcuno e gli dici qualcosa di brutto, gli lasci una ferita come queste. Puoi piantare un coltello in un uomo, e poi levarlo, ma rimarrà sempre una ferita. Non importa quante volte ti scuserai, la ferita rimarrà. ” Una ferita verbale fa male quanto una fisica.