La metafora del riccio Febbraio 11
Un racconto di fantasia che prende forma nella mia testa per spiegare un mio punto di vista sulle relazioni. Come nei libri veri, in cui l’autore affibbia una sua idea ad un personaggio, per fare passare cosi’ un saggio come romanzo.
Una domenica di Settembre. Passeggiavo in un bosco con te. La mia mano nella tua, il mio sguardo che ogni tanto si girava a guardare il tuo profilo. L’aria frizzantina della notte appena trascorsa litigava con i raggi di sole che filtravano tra le foglie, tatuando incostanti forme di luce sul nostro corpo e riscaldandoci a chiazze.
Pestavamo il giallo, il marrone, il rossiccio, il verde scuro e il rumore dei colori che si frantumavano sotto i nostri piedi non riusciva a coprire comunque il nostro respiro affannoso su quella leggera salita.
Gia’, il nostro respiro.
Il tuo respiro.
Mi faceva sentire così vivo il solo fatto di poterlo testimoniare.
“…sai, siamo come i ricci!” - mi dicesti, di punto in bianco.
“Come i ricci? Nel senso che trombiamo come i ricci? Dici bene!”
“no, scemo!, come i ricci delle castagne!”
“Stai dicendo che siamo ispidi fuori ma nascondiamo un cuore tenero?”
“Ma no! La mia idea è diversa…”
“…spiegati meglio, ti ascolto.”
“E’ una mia ‘metafora’ sulle relazioni delle persone, che un giorno mi è arrivata cosi’, per caso, guardando due ricci di castagne e confrontandoli con altre cose.”
“Continua, perche’ mi sono gia’ perso…”
“Allora. Prendi due piccole sfere di marmo. Sai, quelle che si usano per decorazione. Grandi pochi cm di diametro. Il marmo è un materiale duro, quasi inattaccabile. Resistente, liscio, bello e senza imperfezioni. Immagina che tu sei una di queste sfere e io l’altra. Siamo entrambi molto belli, forti e quasi perfetti, no?”
“Si…”
“Ecco, ora avvicinale. Avrai un punto di contatto. Premile con forza, spingile una contro l’altra con tutta la forza che puoi. Invariabilmente, pero’, a meno che non usi qualche tipo di colla, per quanto tu possa averle avvicinate, nel momento in cui ne allontanerai una, l’altra rimarrà dov’é, no? Non c’è alcun modo per cui una possa tenere a se’ l’altra, figuriamoci sostenerla. Giusto?”
“Giustissimo, ma non vedo cosa c’entra questo con le castagne…”
“Oh come sei impaziente! Un attimo che ci arrivo…”
“…scusa…”
“Ok, adesso prendi due ricci di castagne. Lo sai, sono pieni di spine. Sono difficili da maneggiare, e non sono neanche tanto belli da vedere, a dire il vero. Prendine uno e spingilo contro l’altro. Che cosa succede?”
“…che mi faccio del male….”
“Si, ok, ma succede che le spine di uno si ‘infilano’ tra le spine dell’altro. Le ‘asperità’, i punti difficili di uno si infiliano tra quelli dell’altro, come se fossero dei ricettacoli messi li’ apposta. Nessuno dei due è perfetto, ma si ‘incastrano’ a vicenda…”
“…fammi indovinare, i due ricci rimangono attaccati perché i difetti, chiamiamoli cosi’, di uno trovano spazio nell’altro e viceversa.”
“…e quindi che succede?”
“…mh…succede che sono legati dalle loro imperfezioni e quando tu allontani uno, l’altro lo segue come se fosse incollato…”
“Gia’. Potresti anche alzare uno e l’altro rimarrebbe sostenuto dal primo.”
“Vediamo se ho capito. Stai dicendo che noi non siamo perfetti, ma semplicemente accettiamo e accogliamo le imperfezioni dell’altro ed è grazie a questo ‘adattarsi’ che stiamo bene. Questo ‘conoscere’ le spine, accoglierle e legarle a se’.”
“Bravo, vedi che quando ti ci impegni ci arrivi?”
“Ha! Che donna di malafede che sei!”
“Ma lo sai che scherzo e che ti amo, vero?”
“Certo. Anche se a dire il vero avrei preferito la versione con i ricci animali che trombano!”
“Stupido…”
“Dai che scherzo, piccola riccina mia! E’ una bella metafora…”
“Abbracciami…”
“Ti amo…”
E tra i castagni ho capito che eri perfetta nelle tue imperfezioni. Che nella maggioranza dei casi riuscivo ad accogliere le tue spine, schivandole o rallentandone la corsa. E che tu accettavi i miei mille difetti. E che tra tanti infiniti ricci avevo trovato quello che si incastrava bene. Che quando fossi caduto i nostri difetti mi avrebbero sostenuto.

