Esperimenti di anestetizzazione

Parliamo, parliamo. Parliamo per diversi minuti, uno dietro l’altro, alternando le nostre voci con un ritmo perfetto, quei momenti in cui sembra che l’uno abbia già le parole pronte per completare la frase dell’altro, guardandoci negli occhi, e il fiume non rallenta, sembra andare sempre più verso il culmine, ci sentiamo così vicini e uniti ed empatici e capiti…e BAM!
Te esci con una domanda, estrai una spada di Damocle dalla fondina e la usi per passare ad un livello completamente diverso della discussione…

“Non mi farai soffrire, vero”?
“…Scusa? Come mai questa domanda adesso?”
“Cosi’…forse in certi momenti è come sapere che sei in un sogno e rendersi conto che un giorno dovrai svegliarti…”
“Gia’…”
“Allora, rispondi. Non mi farai soffrire, vero?”
“beh…a dire il vero…si…”
“Eh?”
“Si beh, ti farò soffrire quasi sicuramente prima o poi. A meno che tu sia molto fortunata.”
“Ma cosa stai dicendo???”
“Rifletti, noi tutti rifuggiamo la sofferenza, la solitudine, e cerchiamo di trovare compagnia, no?”
“Beh, si, tutti più o meno.”
“Bene, e non è tutto semplicemente un posticipare la stessa? Ci sarà prima o poi, è solo questione di tempo.”
“No, perché?”
“Perché? Perché le storie durano un weekend, un mese, un anno, un decennio…”
“…o tutta la vita, no?”
“Certo. E pensi sia una sofferenza maggiore perdere la persona amata dopo una settimana o dopo quarant’anni?”
“…”
“Appunto. Più sali, più la caduta è rovinosa. Più cerchi di prolungare una storia, più sarà difficile separarsi dalla stessa. Se poi ci metti la morte di mezzo, è ancora peggio. Perché causa la sofferenza più grande.”
“Beh ma che c’entra…la morte non è volontaria!”
“Ovvio, ma io non sto parlando di volontarietà nel causare sofferenza. Sto parlando dell’intrinsecità della stessa in un qualsiasi rapporto. A meno che l’altra persona non muoia prima, siamo destinati a far soffrire. Sia che molliamo, sia che tradiamo, sia che moriamo…”
“…non ti sembra uno scenario un po’ tragico?”
“Sto ragionando asintoticamente. Quello che voglio farti capire è che amore e sofferenza vanno a braccetto. Si accompagnano l’un l’altro, trattenuti da un elastico che si allunga e si accorcia col tempo, ma c’è”
“Allora secondo il tuo ragionamento non dovremmo cercare l’amore, perché sarebbe la causa di sofferenze…”
“Perché, credi che qualcuno non lo faccia già?”
“Chi?”
“Chi preferisce stare single perché non vuole legarsi, ad esempio. Oppure perché vuole ‘divertirsi’: non è forse un rifuggere dall’amore per evitarne la sofferenza associata? Spesso queste persone sono state fortemente deluse da amori passati, non hai mai notato? Rifuggono l’amore perché per quanto bello sia stato è comunque stato più forte il dolore. Guardati intorno, guarda gli amici che hanno sofferto molto: mai notato come spesso capiti che la reazione è lineare, ovvero più hanno sofferto più poi si danno alla pazza gioia?”
“Quindi queste persone fanno bene, secondo te…”
“Affatto!”
“Ma allora? Insomma, prima mi dici che l’amore è sofferenza, poi però non approvi chi lo rifiuta per evitare il dolore…”
“Infatti, ora arrivo al punto…”
“Ah perché siamo ancora alle premesse?”
“Certo, il succo è un’altro. Il concetto non è evitare la sofferenza.”
“E cos’é?”
“E’ imparare ad amarla.”
“EEEEEEEH?”
“Pensaci: l’amore è la nostra ricerca, è l’energia più forte, verso cui tutti tendiamo. Ma è accompagnato, inevitabilmente, dal dolore - che prima o poi arriverà. Di conseguenza, il nostro avvicinarci verso l’amore è un avvicinarsi verso il dolore - volenti o nolenti.”
“Quindi, dove vuoi arrivare? Che siamo attratti dal dolore?”
“No, affatto, ma che fa parte della nostra vita come l’amore e che dovremmo imparare ad amarlo. O se non riusciamo ad amarlo, il che è comprensibile, almeno apprezzarlo. O ad un livello inferiore, accettarlo. Ma non respingerlo. Perché se lo respingiamo, lo rifiutiamo a livello interiore, siamo consci di cosa ci porta verso il dolore e di conseguenza, rifiutiamo, consciamente o inconsciamente, l’amore, perchè ne é il precursore.”
“…”
“Pensi che sono un pazzo, vero?”
“No…solo che…non riesco a pensare di apprezzare il dolore…”
“Infatti, è perfettamente normale. Siamo educati a respingerlo, facciamo tutto il possibile per evitarlo. Pensa alle droghe, agli anestetici. Pensa agli amici che ti costringono ad uscire quando sei depressa. Pensa a quando da piccola piangevi…cosa ti dicevano?”
“…guarda l’uccellino?”
“Esatto. Siamo educati dai genitori, dalla società e da certe religioni a respingere il dolore, ad allontanarlo. Con questo non voglio dire che bisognerebbe andarci verso, ma solo che bisognerebbe accettarlo come parte della vita. Che poi è molto vicino a ciò che dicono Zen e Buddismo.”
“Cosa dice lo Zen a proposito?”
“Beh, basta guardare la figura T’ai Chi T’u, la rappresentazione delle energie positive e negative, lo yin e lo yang, quel famoso cerchio con le parti bianca e nera che si intersecano.”
“Ah, si, ce l’ho presente.”
“Se fai caso, nella parte tutta nera c’è un puntino di bianco, e viceversa. Perchè anche nel bene c’è un punto di male e viceversa. E se lo fai ruotare molto velocemente diventa…grigio…e tutto non è bene e non è male, è una gradazione, che tu devi interpretare.”
“Quindi vediamo se ho capito. Tu dici che dovremmo imparare ad apprezzare o, perlomeno, accettare la sofferenza come parte del corso naturale delle cose, perché non possiamo scapparvi da essa per sempre.”
“Esatto. Non rifuggerla, tanto è più veloce di noi.”
“Ma questo non può essere interpretato come un focalizzarsi sul negativo?”
“Affatto. Focalizzarsi sempre sul positivo ma sapere, essere coscienti che dov’è c’è yang ci sarà sempre anche yin…”
“E perché tutto questo giro per arrivare a dire questo?”
“Perché se ti dicevo di punto in bianco, ‘ovvio che ti faro’ soffrire, devi amare il dolore!’ non avresti capito.”
“…”
“…perché quella faccia basita?”
“…certe volte mi spaventi, non sei tutto quadrato…”
“Lo so, a volte mi spavento da solo…ahah”

amore filosofia

Ceneri

Danzano.
Ballano al tempo di musica.
I corpi sudati lasciano che il ritmo li coinvolga.
Risate, chiacchiere futili, discorsi a 90 decibel.

Dovrei farlo?
Dovrei scollegare il mio corpo dall’anima e vivere un altro me?
Dovrei staccare la spina del cuore, chiudere gli occhi e fermare queste lacrime interiori?

Tu, ballerina stupenda che ti muovi come un serpente, mi sai dire se dovrei?
“Qualche cocktail mi aiuterebbe”, mi dici.
“Vivi la vita, lasciati andare”, mi dici.

Ma io la mia vita l’ho già vissuta, mi è passata davanti tutta in un istante.
Tutto il mio passato e tutto il mio futuro mi hanno attraversato quando ho pronunciato quelle due lettere.

No.

Mi sono rimaste solo le ceneri che si accumulano dentro di me.
Solo le ferite aperte che col sangue alimentano le fiamme.

Prima o poi finirò di bruciare.
Finirà la materia prima.

E a quel punto, solo a quel punto, danzerò con te, ballerina stupenda.
Ti lascerò scavare nelle ceneri, alla ricerca di una fenice che ancora non c’è.

Per ora c’è ancora materia prima.
Lascia che bruci.

Potrai godere solo delle ceneri.

amore poesia

Che tu sia…

No, davvero, che tu sia maledetta, persona che mi hai consigliato il libro “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson!

Questo libro fa male. Fa male dentro.
Soprattutto ad uno che ha vissuto in prima persona sulla pelle il tipo di rapporto delineato nel libro. Ad una persona che sa cosa è significato avere il nome di un’altra scritto sul corpo.

La descrizione dell’Amore - e della relativa, ineluttabile sofferenza, la sorella gemella tenuta in soffitta, nonché nemesi, dell’Amore - che fa la Winterson da’ i brividi. Se lo avete provato, nella vita, l’Amore vero, quello che ti strappa le carni, non potrete non soffrire leggendo queste pagine.

E così mi sono trovato ad avere paura. Ad avere paura non tanto di non poter trovare una “cosidetta” compagna, ovvero della più grande paura non ammessa da tutti, - la solitudine - quanto di non poter trovare quel tipo di Amore. Quello così vivo, così superiore, così incredibilmente predestinato da rendere tutto il resto privo di significato.

Per un istante della mia vita l’ho sfiorato, è stato bellissimo ma è passato. Non lo rinnego. Non lo rimpiango. Non lo rivoglio - non in quel modo, non con quei due soggetti in quegli stati emotivi.

Ma lo rivoglio. Cazzo se lo rivoglio. Diverso, ma lo rivoglio. Non c’è una singola molecola del mio corpo che non lo rivoglia.
Rivoglio qualcuno a cui dedicare i miei pensieri - ma senza che siano gli unici.
Qualcuno per cui vivere - ma senza smettere di respirare ossigeno.
Qualcuno a cui poter parlare del mio mondo - e ascoltare il suo.
Qualcuno che sappia sfiorare il mio corpo toccandomi l’anima.
Qualcuno da poter guardare negli occhi accarezzandone i capelli.
Qualcuno da lasciare addormentare sul posto del passeggero in ritorno da un viaggio.
Qualcuno che mi capisca senza che debba usare le parole.
Qualcuno che accetti le mie stranezze e complessità. E che le apprezzi.
Qualcuno da scavare sottopelle per capirne ed apprezzarne le complessità.
Qualcuno il cui pensiero mi faccia uscire le note sulla tastiera, inconsciamente.
Qualcuno che abbia una sensibilità esagerata, perché avrebbe un’altrettanta esagerata connessione col mondo.
Qualcuno per cui imparare a cucinare, per cui imparare a riparare un tubo rotto, per cui imparare a dipingere.
Qualcuno con cui fare l’Amore, e magari anche un po’ di sesso ogni tanto.

Qualcuno che sappia lasciarsi amare.
Qualcuno che voglia imparare ad amare.

Non ragiono per dogmi, è tutto relativo per me, ci sono poche ”verità assolute” nella mia vita.
Però una in cui credo molto è questa: “Cazzate. Chi dice che ’si sta bene anche da soli’ dice cazzate.”
Perché se hai provato l’Amore, quello che ti rende completo, quello che apre i pori della tua pelle come vulcani in eruzione, non può stare bene da solo. Ti arrangi, ma non stai veramente bene. Sei sereno, non felice.

E’ come mangiare sempre in un ristorante di lusso per un certo periodo e poi trovarsi al bar all’angolo che fa solo panini col prosciutto. Si ti ci adatti, mangi lo stesso, il prosciutto magari ti piace pure. Lo provi con tante salse diverse. Puoi anche viverci, di panini al prosciutto. Ma il caviale, l’aragosta, il foie gras, il ragù di cervo, il risotto al tartufo, la trota al sale, la tagliata al pepe verde…sono tutt’altra cosa.

Che tu sia benedetta, persona che mi hai consigliato il libro “Scritto sul corpo“! Ti voglio bene.

amore libri

Flebili aspettative

E’ come mi sento.

Flebili aspettative.
Progetti ragionevoli.
Equilibrate prospettive.

Il domani mi riserva un incontro con…me stesso? Chi mi trovero’ davanti allo specchio? Saro’ capace di essere veramente io? O forse le migliaia di emozioni che fanno a pugni dentro di me come in un Fight Club - qualcuna si sente dire “volevo distruggere qualcosa di bello” - produrranno un’accozzaglia impresentabile?

Che cosa succederà in quel momento?
Riuscirò a comunicare le mie emozioni?
Riuscirò a capire quelle altrui?
Sono sufficientemente maturo per tutto questo?
Sono pronto?

Come al solito, come sempre, io non so. So di non sapere, Socrate disse - ed è bello sapere di non sapere perché l’incognita è una scoperta ed è molto più eccitante del seguire un percorso già tracciato.

So di non sapere cosa proverò. Ma so come vorrò vivere: come sempre, fino all’ultima goccia, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima emozione. Chiuderò gli occhi e ascolterò le vibrazioni del mio corpo, della mia mente e del mio cuore. In quel momento, in quell’istante, sarò lì al 100%. E non mi porrò limiti di alcun tipo.

E amerò anche il rifiuto, se sarà. Perché tutto questo mi ha già dato tantissimo e mi ha donato il risveglio emotivo che aspettavo da tempo. Non posso che ringraziare, di nuovo, ancora.

Anche se devo inevitabilmente ammettere a me stesso che ci sono flebili aspettative, progetti ragionevoli, equilibrate prospettive.

a F.G.

amici amore filosofia