Esperimenti di anestetizzazione Marzo 30
Parliamo, parliamo. Parliamo per diversi minuti, uno dietro l’altro, alternando le nostre voci con un ritmo perfetto, quei momenti in cui sembra che l’uno abbia già le parole pronte per completare la frase dell’altro, guardandoci negli occhi, e il fiume non rallenta, sembra andare sempre più verso il culmine, ci sentiamo così vicini e uniti ed empatici e capiti…e BAM!
Te esci con una domanda, estrai una spada di Damocle dalla fondina e la usi per passare ad un livello completamente diverso della discussione…
“Non mi farai soffrire, vero”?
“…Scusa? Come mai questa domanda adesso?”
“Cosi’…forse in certi momenti è come sapere che sei in un sogno e rendersi conto che un giorno dovrai svegliarti…”
“Gia’…”
“Allora, rispondi. Non mi farai soffrire, vero?”
“beh…a dire il vero…si…”
“Eh?”
“Si beh, ti farò soffrire quasi sicuramente prima o poi. A meno che tu sia molto fortunata.”
“Ma cosa stai dicendo???”
“Rifletti, noi tutti rifuggiamo la sofferenza, la solitudine, e cerchiamo di trovare compagnia, no?”
“Beh, si, tutti più o meno.”
“Bene, e non è tutto semplicemente un posticipare la stessa? Ci sarà prima o poi, è solo questione di tempo.”
“No, perché?”
“Perché? Perché le storie durano un weekend, un mese, un anno, un decennio…”
“…o tutta la vita, no?”
“Certo. E pensi sia una sofferenza maggiore perdere la persona amata dopo una settimana o dopo quarant’anni?”
“…”
“Appunto. Più sali, più la caduta è rovinosa. Più cerchi di prolungare una storia, più sarà difficile separarsi dalla stessa. Se poi ci metti la morte di mezzo, è ancora peggio. Perché causa la sofferenza più grande.”
“Beh ma che c’entra…la morte non è volontaria!”
“Ovvio, ma io non sto parlando di volontarietà nel causare sofferenza. Sto parlando dell’intrinsecità della stessa in un qualsiasi rapporto. A meno che l’altra persona non muoia prima, siamo destinati a far soffrire. Sia che molliamo, sia che tradiamo, sia che moriamo…”
“…non ti sembra uno scenario un po’ tragico?”
“Sto ragionando asintoticamente. Quello che voglio farti capire è che amore e sofferenza vanno a braccetto. Si accompagnano l’un l’altro, trattenuti da un elastico che si allunga e si accorcia col tempo, ma c’è”
“Allora secondo il tuo ragionamento non dovremmo cercare l’amore, perché sarebbe la causa di sofferenze…”
“Perché, credi che qualcuno non lo faccia già?”
“Chi?”
“Chi preferisce stare single perché non vuole legarsi, ad esempio. Oppure perché vuole ‘divertirsi’: non è forse un rifuggere dall’amore per evitarne la sofferenza associata? Spesso queste persone sono state fortemente deluse da amori passati, non hai mai notato? Rifuggono l’amore perché per quanto bello sia stato è comunque stato più forte il dolore. Guardati intorno, guarda gli amici che hanno sofferto molto: mai notato come spesso capiti che la reazione è lineare, ovvero più hanno sofferto più poi si danno alla pazza gioia?”
“Quindi queste persone fanno bene, secondo te…”
“Affatto!”
“Ma allora? Insomma, prima mi dici che l’amore è sofferenza, poi però non approvi chi lo rifiuta per evitare il dolore…”
“Infatti, ora arrivo al punto…”
“Ah perché siamo ancora alle premesse?”
“Certo, il succo è un’altro. Il concetto non è evitare la sofferenza.”
“E cos’é?”
“E’ imparare ad amarla.”
“EEEEEEEH?”
“Pensaci: l’amore è la nostra ricerca, è l’energia più forte, verso cui tutti tendiamo. Ma è accompagnato, inevitabilmente, dal dolore - che prima o poi arriverà. Di conseguenza, il nostro avvicinarci verso l’amore è un avvicinarsi verso il dolore - volenti o nolenti.”
“Quindi, dove vuoi arrivare? Che siamo attratti dal dolore?”
“No, affatto, ma che fa parte della nostra vita come l’amore e che dovremmo imparare ad amarlo. O se non riusciamo ad amarlo, il che è comprensibile, almeno apprezzarlo. O ad un livello inferiore, accettarlo. Ma non respingerlo. Perché se lo respingiamo, lo rifiutiamo a livello interiore, siamo consci di cosa ci porta verso il dolore e di conseguenza, rifiutiamo, consciamente o inconsciamente, l’amore, perchè ne é il precursore.”
“…”
“Pensi che sono un pazzo, vero?”
“No…solo che…non riesco a pensare di apprezzare il dolore…”
“Infatti, è perfettamente normale. Siamo educati a respingerlo, facciamo tutto il possibile per evitarlo. Pensa alle droghe, agli anestetici. Pensa agli amici che ti costringono ad uscire quando sei depressa. Pensa a quando da piccola piangevi…cosa ti dicevano?”
“…guarda l’uccellino?”
“Esatto. Siamo educati dai genitori, dalla società e da certe religioni a respingere il dolore, ad allontanarlo. Con questo non voglio dire che bisognerebbe andarci verso, ma solo che bisognerebbe accettarlo come parte della vita. Che poi è molto vicino a ciò che dicono Zen e Buddismo.”
“Cosa dice lo Zen a proposito?”
“Beh, basta guardare la figura T’ai Chi T’u, la rappresentazione delle energie positive e negative, lo yin e lo yang, quel famoso cerchio con le parti bianca e nera che si intersecano.”
“Ah, si, ce l’ho presente.”
“Se fai caso, nella parte tutta nera c’è un puntino di bianco, e viceversa. Perchè anche nel bene c’è un punto di male e viceversa. E se lo fai ruotare molto velocemente diventa…grigio…e tutto non è bene e non è male, è una gradazione, che tu devi interpretare.”
“Quindi vediamo se ho capito. Tu dici che dovremmo imparare ad apprezzare o, perlomeno, accettare la sofferenza come parte del corso naturale delle cose, perché non possiamo scapparvi da essa per sempre.”
“Esatto. Non rifuggerla, tanto è più veloce di noi.”
“Ma questo non può essere interpretato come un focalizzarsi sul negativo?”
“Affatto. Focalizzarsi sempre sul positivo ma sapere, essere coscienti che dov’è c’è yang ci sarà sempre anche yin…”
“E perché tutto questo giro per arrivare a dire questo?”
“Perché se ti dicevo di punto in bianco, ‘ovvio che ti faro’ soffrire, devi amare il dolore!’ non avresti capito.”
“…”
“…perché quella faccia basita?”
“…certe volte mi spaventi, non sei tutto quadrato…”
“Lo so, a volte mi spavento da solo…ahah”

